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Entro il 2029 circa 60.000 lavoratori, circa il 14% degli occupati, usciranno dal mercato del lavoro nella provincia di Verona. Di questi, 5.000 addetti esperti del comparto agroalimentare di Verona andranno in pensione. Un’emergenza di sistema che mette a rischio la tenuta delle aziende, con il rischio di una competizione selvaggia per accaparrarsi le risorse umane già occupate. Con effetti distorsivi sulle condizioni contrattuali.

È uno dei dati rilevanti usciti dal 1° congresso Uila – Unione italiana dei lavori agroalimentari territoriale di Verona, dal titolo “L’impronta sul lavoro di domani”, che si è tenuto a Garda, presieduto da Igor Bonatesta, segretario organizzativo della Uil Veneto. Il congresso ha eletto il Consiglio territoriale della Uila di Verona, confermando alla guida Daniele Mirandola, segretario generale ed eleggendo Vasilica Nica, segretario organizzativo; Alberto Arcozzi, componente di segreteria e Ioana Dragan, tesoriere. Le conclusioni sono state affidate a Michele Tartaglione, della segreteria nazionale Uila.

“Il settore agroalimentare di Verona è un gigante capace di generare oltre 4,6 miliardi di euro di export, grazie a 15.300 imprese agricole e agroalimentari – ha detto Daniele Mirandola -. Dietro a questi numeri trionfali, però, si nasconde un’ombra che non possiamo ignorare: l’invecchiamento progressivo della forza lavoro. Nei prossimi anni assisteremo ad un esodo senza precedenti, che significa perdita di lavoratori esperti e di competenze: 5.000 lavoratori in uscita sono un quinto dei 24.000 addetti del settore veronese. Se non interveniamo subito sulla formazione e sull’attrattività del settore, la crisi demografica diventerà il principale freno alla crescita economica di Verona”.

L’agricoltura veneta e veronese reggono su un equilibrio delicato: “Da un lato abbiamo imprese d’eccellenza che competono sui mercati mondiali, dall’altro una struttura del lavoro che sconta una frammentazione e una precarietà diffusa – ha rimarcato il segretario -. Non è più accettabile che aziende che calpestano i diritti possano accedere alle stesse risorse di chi opera nella legalità. Bisogna riconoscere e premiare sul mercato i prodotti delle aziende che applicano i contratti e investono in sicurezza. Le risorse pubbliche, a partire da quelle della Pac, non possono più essere considerate come contributi a pioggia, ma devono diventare lo strumento per generare lavoro di qualità, oltre a cibo di qualità”.

Vanno eliminate, secondo la Uila, le frammentazioni contrattuali, spesso usate per creare lavoratori di serie B e abbattere il costo del lavoro. Una mancanza di dignità economica che va di pari passo con il carovita galoppante. “Negli ultimi anni i beni di necessità sono saliti in media del 25% – sottolinea Mirandola -. L’olio è rincarato del 45%, i latticini del 22%, i cereali del 18%. Circa 150 euro in più ogni mese escono dal portafoglio. Se il settore agroalimentare è il fiore all’occhiello dell’economia veronese, com’è possibile che chi lo tiene in piedi fatichi a comprare quello che produce? Difendere i salari è una questione di sopravvivenza: per i lavoratori, certo, ma anche per l’economia intera”.

Ma tutto questo vale zero se il lavoratore non torna a casa la sera. E Verona è maglia nera, in Veneto, per numero di infortuni in agricoltura. “Zero morti non è un obiettivo ambizioso, ma l’unico accettabile – ha concluso il leader provinciale della Uila -. Dietro ogni infortunio c’è la stessa storia: manutenzione saltata, formazione fatta in fretta, subappalti senza controllo, scadenze urgenti di consegna, La sicurezza deve diventare un criterio vincolante per accedere a qualsiasi finanziamento pubblico e incentivo fiscale. Chi risparmia sulla pelle dei lavoratori dev’essere escluso. Senza sconti”.